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L’invecchiamento molecolare e fisiologico nel morbo di Alzheimer

Nell’UE, oltre sei milioni di persone soffrono di demenza e si prevede che tale cifra aumenterà parallelamente al crescente invecchiamento della popolazione. Alcuni ricercatori dell’UE hanno indagato sul nesso tra l’invecchiamento e la patogenesi del morbo di Alzheimer (AD), vale a dire la forma di demenza più frequente.
L’invecchiamento molecolare e fisiologico nel morbo di Alzheimer
L’aggregazione di beta-amiloide (Ab), a monte della fosforilazione della tau, viene considerata il fattore determinante nel morbo di Alzheimer (AD). Tuttavia, le prime sperimentazioni cliniche relative all’AD nel Regno Unito con l’impiego di immunoterapia contro l’amiloide non hanno dimostrato alcun miglioramento in termini cognitivi nei pazienti. Tale risultato indica la necessità di approfondire ulteriormente la patogenesi dell’AD a livello molecolare.

L’invecchiamento costituisce il principale fattore di rischio di AD e gli scienziati impegnati nel progetto ALZPROTAGEING (Age-modified forms of amyloid-β as initiator of Alzheimer disease pathogenesis and mediator of Aβ-tau interaction: a study in a Drosophila model and Aβ immunized human Alzheimer patients) hanno indagato sul nesso tra le modificazioni associate con aminoacido in Ab, marcatore di invecchiamento proteico, e patogenesi dell’AD.

I ricercatori del progetto si sono serviti di modelli di Drosophila che esprimevano Ab umana, allo scopo di creare modelli di aggregazione di Ab e analizzarne gli effetti tossici. Nel cervello umano post-mortem, hanno studiato i cambiamenti correlati all’età riguardo all’Ab e alla proteina precursore dell’amiloide (APP), in relazione alla fosforilazione della tau in persone giovani e anziane con un normale livello cognitivo e in casi di AD.

I risultati della ricerca hanno fornito nuove nozioni approfondite sui fattori determinati della patogenesi dell’AD. Gli esiti ottenuti suggeriscono che l’invecchiamento determina la patologia AD modificando la localizzazione cellulare dell’APP. Tale fenomeno avviene in concomitanza con l’aumento dell’Ab extracellulare che, nei pazienti affetti da AD, presenta modificazioni di aminoacido in misura notevolmente superiore; ne trae supporto l’ipotesi che l’invecchiamento proteico sia in grado di influire sull’accumulo di Ab nel cervello.

Gli studiosi hanno anche valutato l’eventualità che tali forme modificate di Ab fossero rimosse dal cervello di pazienti affetti da AD che avevano partecipato alla prima sperimentazione clinica inerente all’immunoterapia contro Ab (Elan, AN1792). Il confronto di cervelli affetti da AD immunizzati e non immunizzati non ha rivelato differenze degne di nota nel livello di tali forme modificate di Ab.

Lo studio ALZPROTAGEING ha evidenziato i fattori determinati della patogenesi dell’AD, aprendo nuove prospettive per la comprensione del ruolo fisiologico dell’APP e dell’Ab; inoltre ha validato l’impiego della Drosophila nello studio degli effetti dell’aggregazione di Ab in vivo. Si aggiunga che le conclusioni dello studio hanno fornito nuove nozioni sulla caratterizzazione di Ab quale bersaglio terapeutico, con possibili conseguenze positive sullo sviluppo di future terapie efficaci per l’AD.

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Keywords

Morbo di Alzheimer, invecchiamento, demenza, beta-amiloide, immunoterapia contro beta-amiloide
Numero di registrazione: 190565 / Ultimo aggiornamento: 2016-11-18
Dominio: Biologia, Medicina