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Biomarcatori di imaging per la neurodegenerazione

Entro il 2040, solo in Europa, si prevede che il numero di persone con una diagnosi di Alzheimer raggiungerà i dieci milioni. Nonostante l’intensa attività di ricerca, non ci sono cure per queste malattie neurodegenerative, ma la diagnosi e la terapia precoce potrebbero rallentare il progresso della malattia.
Biomarcatori di imaging per la neurodegenerazione
Recentemente la ricerca ha mostrato come il cervello che invecchia è sottoposto a notevoli cambiamenti neurobiologici come le lesioni della materia bianca, la creazione di accumuli di placche amiloidi e una riduzione del funzionamento del neurotrasmettitore dopamina. Sfortunatamente, tali cambiamenti sono osservati anche in pazienti con neuropatologie come la demenza e il Parkinson, il che complica ulteriormente la diagnosi precoce della malattia. Per esempio, anche il 20-50 % delle persone anziane clinicamente normali ha depositi di amiloidi nel cervello, che sono considerati un tratto distintivo patologico del morbo di Alzheimer.

Il progetto AMYDA (Disentangling the contributions of dopamine and amyloid burden to age-related changes in cognition and brain network connectivity in healthy older adults), finanziato dall’UE, è stato creato per trovare biomarcatori di imaging affidabili dei cambiamenti del cervello legati all’età, in grado di differenziare un cervello “normale” da uno negli stadi pre-clinici della malattia.

I membri di AMYDA hanno valutato diversi marcatori di imaging del cervello che invecchia usando dati dello studio Harvard Aging Brain, raccolti presso l’Università di Harvard e l’Ospedale del Massachusetts. Sorprendentemente, i risultati hanno svelato che i marcatori del danno alla materia bianca e i marcatori delle funzioni della dopamina non erano biomarcatori completamente indipendenti dell’invecchiamento del cervello. Rispecchiando lo schema del danno alla materia bianca, si è scoperto che l’alta pressione arteriosa aveva un impatto negativo sul sistema della dopamina. Inoltre, gli studi hanno confermato che l’accumulo di amiloide corticale accelera il danno alla materia bianca, il che suggerisce ancora una volta che questi marcatori non sono separabili e mette in dubbio l’utilità di studiare tali marcatori in modo isolato nel tentativo di diagnosticare i primi stadi dell’Alzheimer.

Usando tecniche come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), i ricercatori hanno studiato i cambiamenti funzionali del cervello che avvengono nei soggetti anziani. L’obiettivo era fare la differenza tra un invecchiamento sano e l’incipiente neuropatologia.

I risultati dello studio hanno rivelato che i biomarcatori della connettività funzionale della fMRI erano più sensibili e precisi rispetto ai test neuropsicologici standard. In particolare, la fMRI della connettività funzionale mesencefalo-putamen nei malati di Parkinson ha rivelato che questo biomarcatore è proporzionale al grado di neuro degenerazione, il che fa sperare che la connettività funzionale della fMRI possa essere usata come biomarcatore della neuropatologia sottostante per una diagnosi precoce. I risultati sono già stati pubblicati in più di tre articoli.

Dato il costante aumento della popolazione anziana, c’è urgente bisogno di diagnosi precoce e migliori strategie di trattamento perché il fardello socioeconomico dei disturbi neurodegenerativi è molto alto. La ricerca che sfrutta l’imaging umano per trovare marcatori delle malattie neurodegenerative e obiettivi terapeutici potrebbe aiutare i medici a curare prontamente i pazienti e a migliorare la loro qualità della vita.

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Keywords

Imaging, biomarcatore, neurodegenerazione, Alzheimer, Parkinson, AMYDA, MRI, PET, connettività funzionale
Numero di registrazione: 190913 / Ultimo aggiornamento: 2017-01-23