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H2020

D3 — Risultato in breve

Project ID: 711193
Finanziato nell'ambito di: H2020-EU.2.1.6.
H2020-EU.2.3.1.
Paese: Italia
Dominio: Spazio

Un nuovo dispositivo consente ai satelliti di smantellarsi autonomamente

L’azienda italiana D-Orbit ha sviluppato una tecnologia pronta per il volo che può essere integrata nei satelliti per rimuoverli dall’orbita in modo rapido e sicuro alla fine della loro missione o quando perdono la loro responsività.
Un nuovo dispositivo consente ai satelliti di smantellarsi autonomamente
In oltre 50 anni di attività spaziale, sono stati lanciati circa 7 000 satelliti, ma di questi solo 2 000 sono ancora attivi oggi. «I satelliti non vengono rimossi una volta esaurito il loro scopo. Come analogia, si evochi l’immagine di un’auto che ha esaurito il carburante su un’autostrada. Va bene lasciarla lì dove il motore si è fermato, ma quando il traffico inizia a crescere, presto si creerà un problema di congestione. Ecco come appare la situazione nello spazio», sottolinea Stefano Antonetti, responsabile delle vendite per le attività istituzionali di D-Orbit.

Tanto spazio per la manovra

Con il finanziamento UE del progetto D3, l’azienda italiana D-Orbit ha preparato con successo il terreno per ripulire in modo efficace e conveniente i vecchi satelliti dallo spazio. Essi hanno sviluppato un sistema di smantellamento che rimuove i satelliti alla fine della loro missione o in caso di guasto grave.

D3 in realtà fa riferimento al dispositivo propulsivo dedicato, installato sul satellite prima del lancio, che lo spinge fuori dalla sua orbita laddove non possa interferire con altri satelliti oppure lo riporta sulla Terra. «Uno dei principali vantaggi della nostra tecnologia è la possibilità di pianificare un itinerario/percorso controllato. In effetti, il nostro sistema è dotato di un motore così sofisticato grazie al quale siamo in grado di reindirizzare il satellite verso un’area specifica del globo, di solito al centro dell’oceano, dove è abbastanza sicuro che non rappresenterà alcuna minaccia», aggiunge Antonetti.

Parte del progetto consisteva nel dimostrare il funzionamento del sistema D3 in un piccolo satellite di prova, appena più grande di una scatola di scarpe, denominato D-Sat. «Grazie al nostro sistema propulsivo di bordo brevettato, questa è la prima volta nella storia dello Spazio che è stata tentata una manovra di smantellamento così abile di un satellite», osserva Antonetti. Dopo oltre tre mesi di operazioni orbitali, D-Sat ha completato la sua missione testando la sua unità propulsiva di bordo, convalidando con successo la tecnologia di smantellamento nello spazio.

Motore potente

Le attuali linee guida internazionali raccomandano che gli operatori satellitari de-orbitino i propri satelliti entro 25 anni dalla fine del funzionamento, ma in realtà solo un piccolo numero di missioni lo fanno. «I satelliti utilizzano la propulsione per il mantenimento della stazione, cioè per compensare le perturbazioni orbitali. Ma gli attuali motori integrati sono così piccoli da fornire solo 20 Newton di spinta, che è come spingere due chilogrammi. Il nostro sistema motore a bordo fornisce una forza molto maggiore, di circa 800 Newton, che si traduce in una spinta di 80 chilogrammi. Questo è il motivo per cui quasi tutte le manovre di smantellamento falliscono. Fino ad oggi non stavamo utilizzando gli strumenti giusti», spiega Antonetti. Il sistema di smantellamento integrato in D-Sat può essere adattato a qualsiasi satellite di qualsiasi dimensione.

Aspirazioni future

L’ambizioso obiettivo di D-Orbit è quello di utilizzare la sua tecnologia D3 brevettata per ridurre la crescente quantità di detriti che circondano la Terra. Oltre a mitigare significativamente i detriti spaziali, i professionisti aerospaziali mirano anche ad espandersi sul mercato della manutenzione satellitare in orbita. «Sarebbe molto bello se potessimo puntare a determinati satelliti per provare a ripararli, proprio come quando le aziende di servizi automobilistici vengono a riparare un’automobile a domicilio. Questo potrebbe non essere ancora molto semplice da realizzare nello spazio, ma sono certo che presto ci arriveremo», conclude Antonetti.

Keywords

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