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Le vere conseguenze del disinvestimento sociale

Cinque anni dopo il suo lancio, il pacchetto di investimenti sociali (SIP, Social Investment Package) dell’UE ha lasciato alle persone bisognose sentimenti contrastanti. Un consorzio di ricercatori finanziato dall’UE si è rimesso al tavolo per valutare la possibilità e le modalità con cui i responsabili delle politiche potrebbero modificarne il corso. Essi sperano che il proprio lavoro rafforzi i fondamenti filosofici, istituzionali ed empirici del disinvestimento sociale in Europa.
Le vere conseguenze del disinvestimento sociale
Guardando indietro, il SIP era un ambizioso tentativo di rinnovare le politiche sociali, specialmente dopo cinque anni di crisi aggravata da rigide misure di austerità. Ha introdotto un nuovo discorso e mirato a legittimizzare le spese sociali enfatizzando il loro valore produttivo: elevati rendimenti economici per i servizi sociali quali educazione della prima infanzia, assistenza sanitaria, edilizia sociale e politiche attive del mercato del lavoro; mantenimento del tenore di vita e stabilizzazione delle economie in periodi di crisi.

Ma la verità è che il pacchetto ha realizzato le proprie ambizioni solo a metà. Per aiutare la futura politica, il progetto Re-InVEST (Rebuilding an Inclusive, Value-based Europe of Solidarity and Trust through Social Investments) ha evidenziato gli effetti negativi a lungo termine del disinvestimento sociale durante il periodo di crisi e intende individuare le condizioni limite e gli elementi costitutivi di una strategia di investimento sociale concreta.

In riferimento al passato, secondo voi, il SIP ha esercitato impatti positivi sull’investimento sociale?

Ides Nicaise: L’impatto è stato alquanto simbolico. È stato probabilmente utile a limitare gli effetti negativi originati dall’agenda di austerità sugli stati sociali europei e ha stimolato l’efficienza del discorso sulla previdenza sociale, sull’assistenza sanitaria, ecc.; tuttavia, una pressione persistente per il «consolidamento del bilancio» ha reso il SIP piuttosto impotente e ha determinato delle accuse sempre più frequenti a suo carico di dirottare le politiche sociali in un’agenda economica neoliberista. Selettività, efficienza, redditività e privatizzazione sono diventati i nuovi concetti chiave, a spese di equità, diritti di base e norme sociali minime.

Non sorprende, pertanto, che la Commissione Juncker abbia scelto una diversa bandiera per le proprie politiche sociali, ovvero il pilastro europeo dei diritti sociali. Non voglio dire che esista un contrasto tra questi due quadri; tuttavia, i documenti politici dell’UE degli ultimi tre anni hanno preso in considerazione il SIP molto raramente.

Quindi, il SIP era destinato al fallimento?

Poteva essere compromesso esclusivamente dalla contraddizione tra il contesto politico macroeconomico e il discorso sull’investimento sociale. Non si può predicare l’investimento sociale senza almeno spiegare agli Stati membri dove trovare le risorse ad esso necessarie. Lo stesso bilancio dell’UE è appena marginale: all’1 % del PIL europeo, non può avere alcun impatto sostanziale. C’è solo da sperare che una ripresa sostenuta lasci più margine per un investimento sociale reale all’interno degli Stati membri. Ma persino il fondo di investimento Juncker, creato per stimolare la ripresa, si è incentrato sull’infrastruttura economica tradizionale e ha ampiamente ignorato l’investimento sociale.

Come avete cercato di contribuire all’inversione di questa tendenza?

In primo luogo, ci siamo interessati degli enormi effetti negativi provocati dal disinvestimento sociale sull’uomo durante gli anni della crisi. La maggior parte delle persone crede che i tagli alle spese sociali significhino solamente tirare temporaneamente la cinghia o, in effetti, un incentivo positivo per rimettersi al lavoro. La realtà alla base, tuttavia, è radicalmente diversa. I 13 team locali di Re-InVEST hanno per numerosi mesi messo in guardia sugli effetti a lungo termine provocati dalle politiche di austerità sulla vita delle persone più vulnerabili. Hanno raccolto delle prove di questi effetti negativi, spesso irreparabili: neonati che dormono in ripari al gelo, persone affette da malattie croniche obbligate a sospendere il loro trattamento a causa del costo ormai insostenibile dei propri farmaci, genitori in bancarotta che lasciano i propri figli ed emigrano in altri paesi per cercare un posto di lavoro, famiglie che si disgregano, incrementi nel numero dei suicidi, ecc.

Se è vero che l’investimento sociale ha un rendimento a lungo termine elevato, il disinvestimento sociale violento ha, a sua volta, effetti a lungo termine devastanti sulla vita delle persone. Dobbiamo trarre insegnamenti da quest’esperienza. L’agenda sull’investimento sociale dovrà dare priorità ai diritti umani, l’UE dovrà contribuire a istituire delle norme sociali minime in tutti i settori di servizio pertinenti e i governi devono rispondere delle proprie responsabilità, quando le loro politiche di austerità si sono spinte troppo oltre.

Nelle fasi successive della nostra ricerca, abbiamo analizzato le caratteristiche di strategie di investimento sociale solide in vari ambiti politici: previdenza sociale, politiche del mercato del lavoro, educazione della prima infanzia, edilizia, assistenza sanitaria, fornitura idrica e servizi finanziari.

Quali sono stati finora i risultati più importanti da voi conseguiti?

La ricerca è ancora in corso, ma posso fornire alcuni esempi. Nel nostro studio sulle politiche del mercato del lavoro tre team hanno esaminato le misure di attivazione per i giovani, il che ci ha consentito di trarre insegnamenti per la garanzia per i giovani (iniziativa a favore dell’occupazione giovanile), che fa parte del SIP. In Portogallo, il programma era drasticamente carente di risorse: servizi per l’impiego sovraccarichi imponevano misure di bassa qualità che, in realtà, tenevano occupati i giovani in cerca di occupazione in caroselli infiniti piuttosto che integrarli; e non li informavano neppure dell’esistenza di un «sistema di garanzia». Come se non bastasse, neppure chi riusciva a trovare un posto di lavoro si riscattava dalla povertà. In Francia, grazie all’esternalizzazione dei programmi di attivazione a ONG locali, maggiormente familiarizzate con il gruppo bersaglio, le cose andavano meglio.

In Svizzera, abbiamo analizzato un esperimento (Scène Active) basato sull’approccio per capacità: combinava formazione della personalità con aggiornamento delle competenze, con un forte accento posto sul libero impegno dei giovani. Da questi esempi, abbiamo appreso che programmi generici possono originare effetti controproducenti. Quelli a lungo termine e su misura sono ovviamente più costosi, ma il loro rendimento netto è molto più elevato.

Un altro esempio riguarda la fornitura idrica nelle Fiandre. L’attuale governo fiammingo ha riformato il mercato secondo criteri ecologici rigorosi: ha investito nella gestione e nella purificazione delle acque reflue e ha alzato i prezzi, da una parte per finanziare gli investimenti pubblici e dall’altra per favorire un consumo idrico più parsimonioso. Detto questo, la preesistente fornitura minima gratuita è stata abolita, così come le tariffe sociali. Il Servizio per la lotta alla povertà e il Samenlevingsopbouw hanno investito nello sviluppo delle capacità e nella condivisione delle conoscenze con gruppi di famiglie vulnerabili, per poi impegnarsi in negoziati con i fornitori e il governo. Testimonianze di famiglie «carenti di acqua» hanno sottolineato che, in un mercato privo di correzioni sociali, i diritti umani fondamentali sono a rischio. È stata introdotta una nuova tariffa sociale e sviluppata una guida sulle buone pratiche per prevenire le riduzioni in modo migliore e per promuovere un atteggiamento più responsabile dal punto di vista sociale tra tutte le parti interessate.

Quali sono le vostre raccomandazioni?

In primo luogo, è necessario trarre insegnamenti dal periodo di crisi. Le politiche di austerità devono sempre essere legate al principio di non regressione dei diritti umani: ciò significa che qualsiasi taglio alle spese sociali deve essere preceduto da una valutazione d’impatto sociale e, qualora i diritti fondamentali dei cittadini vulnerabili siano a rischio, è necessario adottare delle misure di mitigazione o revocare la misura di austerità a titolo definitivo.

In secondo luogo, si deve aggiornare l’impianto concettuale del SIP da un approccio per «capitale umano» a un approccio per «diritti umani e capacità». I diritti umani fondamentali (alla salute, all’istruzione, alla vita familiare, alla partecipazione sociale, ecc.) sono talmente inestimabili che meritano di essere la priorità assoluta nella funzione obiettivo del SIP.

In terzo luogo, è necessario garantire i finanziamenti di un programma di investimento sociale su larga scala; al momento, tuttavia, l’agenda di risanamento del bilancio e di consolidamento economico ha una posizione così dominante che per gli stessi rimane poco margine. Abbiamo semplicemente bisogno di una maggiore quantità di entrate pubbliche. L’Europa è sufficientemente ricca per permettersi un SIP ambizioso mediante finanziamenti pubblici, a condizione che venga attuata una politica fiscale equa e coordinata.

Fonte: Intervista tratta da research*eu results magazine n. 75

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