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Contenuto archiviato il 2023-03-09

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Uno studio dimostra che i vulcani non dormono tanto a lungo quanto si pensa

Se avevate in programma di campeggiare in prossimità di un vulcano, forse è meglio che ci ripensiate. Contrariamente a quanto si crede, i vulcani non rimangono inattivi per secoli. Alcuni ricercatori provenienti da Francia e Stati Uniti, in parte finanziati dall'UE, hanno most...

Se avevate in programma di campeggiare in prossimità di un vulcano, forse è meglio che ci ripensiate. Contrariamente a quanto si crede, i vulcani non rimangono inattivi per secoli. Alcuni ricercatori provenienti da Francia e Stati Uniti, in parte finanziati dall'UE, hanno mostrato che i vulcani possono esplodere nel giro di settimane, invece che anni. Questa scoperta potrebbe incoraggiare gli scienziati a rivalutare la minaccia dei vulcani inattivi, il che porterebbe a nuovi piani di emergenza e nuove procedure di evacuazione. Lo studio, presentato sulla rivista Nature, è stato in parte finanziato dal progetto DEMONS ("Deciphering eruptions by modelling outputs of natural systems") che ha ricevuto una sovvenzione Starting Grant del Consiglio europeo della ricerca (CER) del valore di 1,36 Mio EUR nell'ambito del Settimo programma quadro (7° PQ). Il dott. Alain Burgisser dell'Institut des Sciences de la Terre d'Orléans in Francia, (CNRS/INSU (Centre national de la recherche scientifique/Institut national des sciences de l'univers), Université d'Orléans, Université François Rabelais-Tours), insieme al professor George W. Bergantz del Department of Earth and Space Sciences dell'Università di Washington negli Stati Uniti, ha sviluppato e testato un modello teorico su due grandi eruzioni, fornendo nuove informazioni su una teoria vecchia di secoli riguardo i vulcani addormentati. Secondo i ricercatori il risveglio della camera magmatica potrebbe verificarsi in appena qualche mese. Le camere magmatiche sono grandi bacini sotterranei di rocce fuse che si trovano molti chilometri (km) al di sotto della superficie della Terra. Le rocce fuse tollerano alti livelli di pressione e con il passare del tempo questa pressione può rompere la roccia che le circonda e aprire canali di fuoriuscita del magma. Il magma arriva in superficie e provoca un'eruzione vulcanica. Sebbene le camere magmatiche siano per lo più difficili da scoprire, gli scienziati le hanno localizzate vicino alla superficie della Terra, in un punto compreso tra 1 km e 10 km sottoterra. Il quesito è: cosa succede alla camera magmatica quando il vulcano è inattivo? Secondo gli scienziati la camera si raffredda in una densa poltiglia finché magma fresco non la "risveglia". La camera magmatica viene quindi fluidificata quando si riscalda tramite contatto termico. Le dimensioni della camera magmatica così - che possono andare da poche decine a qualche centinaio di chilometri cubi - ha un effetto diretto sulla velocità con cui un vulcano si risveglia. I vulcanologi tradizionali dicono che potrebbe volerci un periodo compreso tra diverse centinaia e 1000 anni perché l'intero deposito risenta del calore e dia inizio al flusso di lava del vulcano. È qui che le scoperte di questo team franco-statunitense diventano interessanti. Il nuovo modello matematico suggerisce che il riscaldamento avviene in tre fasi. Il nuovo magma caldo fonde il magma viscoso alla base del bacino dopo essere venuto su dal basso e aver raggiunto la camera. Il magma fuso diventa meno denso e affiora attraverso la camera, aiutando così il mescolamento della rimanente massa viscosa. Questo mescolamento permette al calore di muoversi all'interno della camera a velocità significativamente maggiori rispetto a quanto gli scienziati ritenessero possibile. Le dimensioni della camera e la viscosità del magma hanno quindi un ruolo fondamentale nell'alimentare il risveglio del vulcano molto più rapidamente di quanto si pensasse in precedenza. I ricercatori hanno testato la validità del loro modello sull'eruzione del 1991 del Monte Pinatubo (Filippine) e sull'eruzione in corso del vulcano Soufriere Hills a Monserrat nei Caraibi. I risultati mostrano che le scosse sismiche che precedono l'eruzione sono un'indicazione dell'emergere di magma fresco sotto il bacino raffreddato. I ricercatori hanno riprodotto gli intervalli di tempo tra i segnali di riscaldamento e le eruzioni, dopo aver considerato i parametri fisici di entrambi i vulcani, e cioè le dimensioni della camera, le temperature del magma e la concentrazione di cristalli dedotta dallo studio dei magma. Il caso del Pinatubo, per esempio, suggerisce che invece dei 500 anni precedentemente ipotizzati, sono stati sufficienti da 20 a 80 giorni per rimettere in movimento la camera sotterranea. Il sofisticato modello sviluppato dal team potrebbe aiutare gli scienziati a stimare il lasso di tempo che intercorre tra i primi tremori del vulcano e la sua eruzione. Per maggiori informazioni, visitare: Nature: http://www.nature.com/ Institut des Sciences de la Terre d'Orléans: http://www.isto.cnrs-orleans.fr/ University of Washington: http://www.washington.edu/ Consiglio europeo della ricerca (CER): http://erc.europa.eu/ FP7-IDEAS: http://ec.europa.eu/research/fp7/index_en.cfm?pg=ideas Scheda informativa del progetto DEMONS su CORDIS, fare clic: qui

Paesi

Francia, Stati Uniti