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Quantifying the relative importance of natural and anthropogenic drivers of spatial variation in vulnerability to predict species extinction risk

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La geografia influenza il rischio di estinzione di una specie?

Il mondo sta perdendo la propria biodiversità a un ritmo senza precedenti, alterando il funzionamento degli ecosistemi della Terra e la loro capacità di fornire alla società aria e acqua pulite. A questo punto è fondamentale comprendere i meccanismi alla base dell’estinzione delle specie per prevenire un’ulteriore perdita di biodiversità.

CAMBIAMENTO CLIMATICO E AMBIENTE

© Monphoto, Shutterstock

Nelle estinzioni delle specie è presente una componente geografica spesso trascurata dai modelli globali. In generale, diverse popolazioni della stessa specie affrontano diversi rischi di estinzione: una popolazione, ad esempio, può essersi estinta in una zona ma aver mantenuto un’elevata concentrazione in un’altra area geografica. Intrapreso con il sostegno di un progetto Marie Skłodowska-Curie assegnato alla dott.ssa Marta Rueda, il progetto DRIVE, finanziato dall’UE, ha cercato di migliorare la comprensione dell’importanza della variazione spaziale nella prevenzione del rischio di estinzione delle specie causato dai fattori determinanti per il cambiamento globale. «Dobbiamo renderci conto degli impatti esercitati dall’attività umana, come i cambiamenti nell’uso del suolo, sia nel presente sia nel futuro. È sempre più evidente che gli impatti umani avvenuti nel passato hanno rappresentato un fattore determinante nei modelli di diversità che possiamo osservare oggi», afferma il dott. Eloy Revilla, coordinatore del progetto. L’indagine effettuata dai ricercatori sull’importanza relativa dei fattori naturali e delle attività umane nell’indurre il crollo delle popolazioni locali si è incentrata sui mammiferi terrestri. A tal fine hanno applicato gli ultimi progressi nel campo dell’ecologia, avvalendosi di un approccio multidisciplinare che abbracciava la biogeografia, la modellizzazione delle popolazioni e la conservazione della fauna selvatica. L’impiego di un modello biogeografico Il progetto si è strutturato in due diverse fasi. In primo luogo, ha creato un innovativo modello biogeografico che è stato successivamente utilizzato per integrare il contesto ambientale delle specie in modelli ecologici. «L’obiettivo era includere nei modelli per la determinazione del rischio di estinzione delle specie la vulnerabilità intrinseca delle stesse, quale tratto caratteristico fondamentale per realizzare previsioni più accurate», spiega la dott.ssa Rueda. Gli scienziati hanno impiegato tecniche all’avanguardia e mappe di distribuzione dei mammiferi ottenute dall’Unione internazionale per la conservazione della natura per sviluppare, mediante il metodo analitico, bioregioni gerarchiche a diverse risoluzioni, dalla scala del paesaggio a quella del bioma o su scale ancora più ampie. «Esse hanno mostrato che la biodiversità mondiale può essere organizzata in modo coerente con una struttura gerarchica di bioregioni che comprendono una base locale. Tali bioregioni contribuiscono inoltre a rispondere alle questioni riguardanti l’organizzazione della biodiversità, la storia evolutiva e la conservazione», spiega la dott.ssa Rueda. Le informazioni sono state applicate a modelli informatici che hanno individuato i fattori ambientali, ecologici ed evolutivi determinanti delle differenze tassonomiche presenti tra le bioregioni per aiutare i ricercatori a comprendere cosa effettivamente rappresentino. Gli scienziati hanno inoltre analizzato diversi scenari predittivi comprendenti fattori che, risaputamente, contribuiscono a modellare le bioregioni a livello globale, come le montagne e la tettonica delle placche. L’impatto dell’attività umana I risultati principali hanno evidenziato che è possibile rilevare gli impatti antropogenici avvenuti nel passato, sin dal tardo Olocene (circa 2 000 anni fa), nella configurazione delle bioregioni (o ecozone) più ampie. Tradizionalmente, si presume che esse rispecchino la naturale organizzazione della vita derivante da processi in atto da milioni di anni. Ciò è in linea con l’ipotesi secondo cui la trasformazione antropogenica degli ecosistemi abbia avuto un’ampia estensione e sia iniziata molto prima di quanto si ritenesse in precedenza. Secondo Revilla «le scoperte suggeriscono che l’influenza umana ha già modificato l’impronta ecologica ed evolutiva della biodiversità che osserviamo oggi». DRIVE mette in luce il fatto che, se gli impatti umani avvenuti nel tardo Olocene sono in grado di provocare segnali così duraturi e ampiamente diffusi, dovremmo preoccuparci degli effetti esercitati dai cambiamenti, molto più gravi ed estesi, che hanno avuto luogo sin dall’inizio della rivoluzione industriale. «È probabile che i segnali dell’attuale uso del suolo da parte dell’uomo verranno rilevati dalle future generazioni di biogeografi», conclude il dott. Revilla.

Parole chiave

DRIVE, estinzione, bioregione, modello, biodiversità, rischio, biogeografico, antropogenico, evoluzione, conservazione, modello, variazione spaziale

Informazioni relative al progetto

ID dell’accordo di sovvenzione: 707587

  • Data di avvio

    1 Ottobre 2016

  • Data di completamento

    20 Gennaio 2019

Finanziato da:

H2020-EU.1.3.2.

  • Bilancio complessivo:

    € 170 121,60

  • Contributo UE

    € 170 121,60

Coordinato da:

AGENCIA ESTATAL CONSEJO SUPERIOR DEINVESTIGACIONES CIENTIFICAS

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