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Intervista

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Uno studio sulle barriere culturali nei media “sociali”

Negli ultimi due anni, con il sostegno del progetto UPLOAD, il dott. Koen Leurs ha intervistato giovani londinesi per generare dati su come la generazione dei social media affronta le differenze culturali.

Con il razzismo che costituisce una tendenza particolarmente preoccupante negli ultimi tempi, l’osservazione della relazione dei giovani con il multiculturalismo è probabilmente la cosa migliore che gli esperti possano fare per cercare di prevedere quali saranno gli sviluppi di tale tendenza. E qual è il modo migliore di farlo se non concentrarsi sui canali di comunicazione che usano di più? Si sa che è ai giovani che si rivolgono principalmente i principali social network come Facebook, Twitter e YouTube, dove possono facilmente dar voce alle loro opinioni con amici e follower. Più lo fanno, più si avvicinano all'invidiatissimo status di influencer dei social media. Quello che invece si conosce meno è che guardando più attentamente chi segue chi si possono ottenere preziose informazioni su come le differenze culturali sono percepite tra i giovani attivi nel mondo digitale. È questa osservazione che ha spinto il dott. Koen Leurs a trasferirsi dai Paesi Bassi a Londra, una città conosciuta per la sua passione per i social media. Negli ultimi due anni, e con il sostegno del progetto Marie Curie UPLOAD (“Urban Politics of London Youngsters Analyzed Digitally”), del 7° PQ, il dott. Leurs ha intervistato 85 londinesi di età compresa tra i 12 e i 18 anni per generare dati preziosi su come la generazione dei social media affronta le differenze culturali. Quali sono gli obiettivi principali del progetto? UPLOAD cerca di capire come i giovani londinesi gestiscono la diversità culturale usando media sociali come Facebook, Twitter e YouTube. Più in particolare, l’obiettivo principale era studiare come i giovani londinesi (di età compresa tra i 12 e i 18 anni) affrontavano digitalmente il vivere insieme con persone di razza e religione diverse. Sviluppando un approccio comparativo insieme alla dott.ssa Myria Georgiou, ho condotto un lavoro sul campo in tre quartieri di Londra ‒ Haringey, Hammersmith-Fulham e Kensington-Chelsea ‒ tra famiglie della classe operaia, del ceto medio e del ceto medio-alto rispettivamente. Dal punto di vista metodologico, l’obiettivo era mischiare in modo innovativo interviste approfondite con l’osservazione dei partecipanti e metodi creativi digitali. Cosa vi ha portato alla ricerca in questo settore? Quando ho cominciato la ricerca per UPLOAD, gli incontri urbani e il multiculturalismo sui media sociali non erano ancora stati studiati e avevamo bisogno di capire meglio due processi collegati: il vivere insieme al diverso negli ambienti urbani e l’importanza socio-politica dell’uso quotidiano di internet tra i giovani. Poiché i social media e i dispositivi mobili sono diventati una parte importante della vita quotidiana dei giovani, è necessario capire meglio se il loro uso di applicazioni internet confermi i sentimenti pan-europei di fallimento del multiculturalismo e di segregazione etnica o se al contrario promuova il dialogo interculturale e la comprensione cosmopolita. Cosa avete imparato finora dalla vostra ricerca? I risultati sono diversi da quanto vi aspettavate? In una delle figure che vi ho dato, potete vedere la rete di amici su Facebook di Xavier, un ragazzo portoghese di 13 anni nato a Londra. Un paio dei suoi contatti vivono in Portogallo, altri sono portoghesi che vivono a Londra, ma la maggior parte dei suoi contatti sono amici locali di varia provenienza. Quando ho parlato di questi contatti con lui, ha detto: “Il fatto è che, specialmente in un paese come questo, ci sono [persone di] tanti paesi diversi. Non si può discriminare. Preferisco imparare.” Abbiamo intervistato 84 giovani londinesi come Xavier. Abbiamo appena finito di trascrivere le registrazioni audio delle interviste e al momento stiamo codificando le trascrizioni per sviluppare teorie. Poiché si sa poco sull’argomento del multiculturalismo digitale, cerchiamo di sviluppare nuove teorie e metodologie basate sulle esperienze quotidiane dei nostri informatori. Due idee meritano di essere condivise qui, un’osservazione concettuale e una metodologica. Dal punto di vista metodologico, ci siamo presto resi conto che uno studio significativo dei social media avrebbe comportato l’uso di strumenti digitali per raccogliere i dati. Volevamo però anche avere informatori coinvolti nella raccolta dei dati. Abbiamo quindi scelto di visualizzare le amicizie di Facebook degli intervistati attivi su Facebook e abbiamo usato questa visualizzazione per fare analizzare a loro stessi la propria rete di amici. Come mostra il racconto di Xavier, questa nuova tecnica è utile per spingere gli informatori a riflettere, perché permette loro di partecipare alla realizzazione della visualizzazione e di poter esprimere un’opinione sulle proprie rappresentazioni. Dal punto di vista concettuale, abbiamo riscontrato che sia gli inglesi bianchi che i giovani londinesi figli di immigrati usano prevalentemente social media come Facebook per interagire con giovani che vivono nelle vicinanze. Così ci siamo resi conto che il fatto che studi precedenti sull’uso di internet da parte di minoranze etniche si fossero concentrati sulla comunicazione transnazionale e l’incapsulamento con persone della stessa etnia e contatti all’estero costituisce un problema. I social media sembrano essere un posto dove i giovani diventano amici con altri giovani che vivono vicino a loro. Una composizione varia dal punto di vista razziale e religioso del loro quartiere e della loro scuola per esempio si riflette in una rete di amicizie sui social media altrettanto varia. Le persone in genere parlano del loro background culturale e quindi i social media costituiscono un modo importante per gli utenti di imparare qualcosa sulla diversità. Quail sono state le principali difficoltà che avete incontrato nella vostra ricerca? Possiamo menzionare due principali difficoltà. In primo luogo, il nostro progetto di fare interviste con circa 90 informatori era molto ambizioso. Diversamente dalla zona abitata dalla classe operaia a Haringey, dove abbiamo avuto un grande aiuto dai genitori, dai comuni locali, dagli animatori per giovani, dalle associazioni giovanili e dalle biblioteche, le famiglie del ceto medio-alto a Hammersmith-Fulham e Kensington-Chelsea erano riluttanti a partecipare. È importante riflettere sulle implicazioni di un’apparente riluttanza tra le famiglie più ricche a partecipare alla ricerca. In secondo luogo, anche se molto interessante, questo progetto di ricerca illustra le difficili scelte che bisogna fare quando si desidera portare avanti uno stile di vita accademico. Io e mia moglie abbiamo deciso di trasferirci a Londra in modo che io potessi cominciare questo studio appena cinque settimane dopo aver accolto nostro figlio nella nostra famiglia. Fortunatamente i miei nuovi colleghi, la mia famiglia e i miei amici ci hanno aiutati. Avete deciso di concentrarvi su Londra. Perché? Pensate che i vostri risultati si possano applicare al resto dell’Europa? Poiché più della metà della popolazione mondiale vive nelle città, informazioni empiriche sul multiculturalismo in città sono importanti, specialmente data la recente ondata di razzializzazione, discriminazione ed estremismo religioso in Europa. Londra è un esempio emblematico, poiché più del 50 % della popolazione è formato da minoranze etniche. Anche se Londra ha le sue dinamiche particolari, i nostri risultati sono illustrativi anche per altre grandi città in Europa e possono servire a dar forma a politiche riguardanti la diversità culturale e la migrazione. Cosa pensate si possa o si debba fare per trasformare i canali dei social media in vere e proprie piattaforme per lo scambio culturale? Il nostro studio mostra che i giovani londinesi usano già i social media come piattaforme per lo scambio culturale. Come nel contesto offline, il conflitto etnico e la violenza sono un’eccezione alla regola. Quando nel 2011 sono avvenuti i disordini di Tottenham a Londra con il coinvolgimento del Messenger di BlackBerry, i titoli dei giornali come “La tecnologia è responsabile per i disordini di Londra” e “Questi disordini erano di matrice razziale. Perché ignorare questo fatto?” indicano che le due questioni della razza e delle tecnologie digitali furono individuate come le principali forze scatenanti dei disordini. Le nuove tecnologie e la razza però non portano al caos. Né le piattaforme dei social media possono da sole guidare la comprensione interculturale. Sono gli utenti a scegliere di usare i social media come luogo di incontri cosmopoliti. Siamo noi ricercatori a dover stare attenti a questa dinamica, nel loro uso quotidiano di media sociali i giovani londinesi colmano le differenze razziali e religiose mantenendo amicizie interculturali. Adesso che il progetto si avvicina alla fine, cosa le piacerebbe fare dopo? Un piccolo gruppo dei giovani londinesi intervistati era arrivato nel Regno Unito per richiedere asilo. Ascoltando le loro esperienze di uso di internet per costruirsi una vita a Londra, mi sono reso conto che c’era molto da imparare sul nesso tra i social media europei e la migrazione forzata. In futuro vorrei fare ricerca per esplorare fino a che punto le pratiche digitali dei giovani richiedenti asilo riflettono i loro diritti umani e specialmente i loro diritti di comunicazione digitale. Inoltre, cosa molto urgente per l'UE, cercherò di capire meglio in particolare come i giovani richiedenti asilo si impegnano in attività di apprendimento informali in rete per acquisire il capitale culturale necessario per una migrazione e un’acculturazione di successo.

Paesi

Regno Unito

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