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Contenuto archiviato il 2023-03-02

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Relazione chiede urgentemente una legislazione in materia di comunicazione del rischio

Una nuova relazione ha fornito informazioni approfondite sul mondo della comunicazione del rischio, che rientra nella categoria più ampia delle relazioni pubbliche, e ha richiesto una legislazione che preveda l'elaborazione di piani adeguati di comunicazione del rischio da par...

Una nuova relazione ha fornito informazioni approfondite sul mondo della comunicazione del rischio, che rientra nella categoria più ampia delle relazioni pubbliche, e ha richiesto una legislazione che preveda l'elaborazione di piani adeguati di comunicazione del rischio da parte degli organi competenti. La comunicazione del rischio si usa in situazioni di crisi, di emergenza, o semplicemente nel caso di imprese che comportano determinati rischi. L'ultima categoria è molto estesa, e comprende tutto ciò che riguarda politiche governative o persino organizzazioni che potrebbero in qualche modo ledere l'individuo, tra cui quelle operanti nei settori sanitario, finanziario, alimentare o in altre aree. Al momento non esiste una politica a livello nazionale o comunitario che obblighi le organizzazioni a dotarsi di pacchetti per la comunicazione del rischio. Il progetto STARC, finanziato a titolo del Sesto programma quadro (6PQ), riunisce istituzioni di Francia (Electricité de France e INERIS), Svizzera (l'Institute for the protection and Security of Citizen (IPSC) e l'International Risk Governance Council), Regno Unito (Trilateral Research & Consulting) e Germania (Istituto della Germania meridionale per la ricerca sociale empirica) al fine di esaminare come viene gestita la politica di comunicazione del rischio nell'UE e di raccomandare la politica più adatta, per lo meno in alcune aree. Le ragioni per una scelta di questo genere sono le seguenti: - i rischi e i pericoli aumentano costantemente, soprattutto a causa del cambiamento climatico e dell'instabilità; - le poche politiche esistenti non sono coerenti né uniformi. Le parti interessate non sono parte dell'equazione; - chi gestisce il rischio necessita di una guida politica; - la politica comunitaria in materia di valutazione dell'impatto è insufficiente. L'autore della relazione è David Wright del Trilateral Research and Consulting. Ha immediatamente osservato che la comunicazione del rischio è una questione multidisciplinare ed è pertanto complessa, in quanto coinvolge varie parti interessate dell'opinione pubblica, delle aziende che operano nell'ambito dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni competenti. "Ho trovato personalmente molto interessante che non ci fossero né politiche né orientamenti sulla comunicazione del rischio, malgrado la complessità delle problematiche e dei rischi. Ci sono due atti legislativi, la direttiva Seveso II e la Convenzione di Aarhus che si avvicinano alla questione. Entrambe sono utili, ma limitate; la direttiva Seveso II si occupa esclusivamente del rischio industriale, mentre la Convenzione di Aarhus concerne l'impatto ambientale, ma non esiste nulla che riguardi la gamma completa dei rischi, dai disastri causati dall'uomo alle catastrofi naturali e al terrorismo". "Da un punto di vista professionale, l'accento tende a venir posto sulla comunicazione del rischio, e non viene fatta alcuna distinzione tra comunicazione dell'emergenza e della crisi. Ciò si rivela significativo quando devono essere prese decisioni operative e per la costruzione dei canali fisici", ha osservato. Esiste una definizione standard di comunicazione del rischio fornita dall'Organizzazione internazionale di normalizzazione (ISO), che insiste sullo scambio di informazioni piuttosto che su una semplice divulgazione di propaganda. Nel corso dell'elaborazione della relazione, si sono verificati due incidenti che hanno fornito casi studio per il funzionamento della comunicazione - le bombe del 7 luglio a Londra e gli effetti dell'uragano Katrina in Louisiana. "L'uragano Katrina ha neutralizzato tutte le forme di comunicazione. I giornali non erano in grado di pubblicare, le persone non avevano accesso all'informazione", ha dichiarato. Gli effetti di ciò sono stati generalmente negativi. Per contro, il coinvolgimento dei mezzi di comunicazione e lo scambio di informazioni nel Regno Unito durante gli attacchi del 7 luglio sono stati elevatissimi e hanno permesso ai cittadini di prendere decisioni informate e di reagire di conseguenza, consentendo inoltre il passaggio di informazioni dal livello base alle agenzie competenti. La questione principale ha tuttavia a che vedere con la fiducia pubblica nella comunicazione. Chi ha buona memoria ricorderà le dichiarazioni di alcuni funzionari cinici della stampa britannica riguardo all'11 settembre 2001, che venne definito "una bella giornata per seppellire le cattive notizie". Tuttavia, il fatto che l'addetta stampa in questione sia stata licenziata e diffamata pubblicamente conferisce un certo livello di credibilità al sistema. Gaffe di alto profilo come questa sono un monito per coloro che lavorano nell'ambito della comunicazione del rischio, e li esortano a "riconoscere il processo e cercare di minimizzare il conflitto ai livelli più bassi", secondo David Wright. La cultura delle parti interessate è forte in Europa, e la comunicazione deve coinvolgere tutte le parti pertinenti. "Ad esempio, le ONG [organizzazioni non governative] e la società civile potrebbero avere punti di vista diversi nei confronti del rischio. Occorre mettere sul tavolo anche i loro valori. Inoltre, tali gruppi portano idee che devono essere tenute in considerazione", ha osservato David Wright. Il coinvolgimento dei mezzi di comunicazione è di importanza cruciale, in quanto rappresentano più che un semplice veicolo di informazioni. Sono anche un punto di passaggio che media le informazioni e influisce sull'agenda pubblica. La relazione pone il ruolo della comunicazione del rischio al centro della più ampia governance del rischio, a partire dalla "fase di valutazione preliminare, di valutazione del rischio e di gestione dello stesso. La comunicazione del rischio dovrebbe fornire i necessari riscontri tra tali fasi per aumentare l'efficacia generale e la solidità della governance del rischio", si legge nella relazione. Quando si prendono decisioni rischiose, è sempre opportuno leggere tutto minuziosamente, e nel loro documento gli autori inseriscono una simile clausola esonerativa della responsabilità. "Benché molti operatori possano considerare il rischio un fattore 'negativo', in realtà ha anche un aspetto positivo, e l'altra faccia della medaglia del rischio è rappresentata dalle opportunità. Se non ci fossero i rischi, non ci sarebbero cambiamenti a livello di società, movimenti culturali o innovazione tecnologica, né un'evoluzione dell'economia. I cittadini, a prescindere dal ruolo ricoperto in seno alla società, a livello individuale o collettivo, assumono rischi quando investono nell'aspettativa che la loro assunzione del rischio venga premiata finanziariamente o in termini di esperienza o di altri sviluppi", prosegue la relazione. La relazione in questione è anche il risultato del primo pacchetto di lavoro di STARC. I pacchetti successivi esamineranno in primo luogo gli approcci nazionali alla comunicazione del rischio, per poi proporre metodi di migliori prassi ed elaborare successivamente una relazione finale. Il documento con i confronti tra gli approcci nazionali alla comunicazione del rischio è atteso per luglio 2006.

Paesi

Svizzera, Germania, Francia, Italia, Regno Unito

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