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Solo sei Stati membri rispettano il termine sui visti per i ricercatori

La Commissione europea ha fatto presente che potrebbero essere avviate procedure d'infrazione dopo che soli sei Stati membri dell'Unione europea hanno recepito negli ordinamenti nazionali la direttiva sui visti per i ricercatori. Venerdì 12 ottobre era il termine ultimo per ...

La Commissione europea ha fatto presente che potrebbero essere avviate procedure d'infrazione dopo che soli sei Stati membri dell'Unione europea hanno recepito negli ordinamenti nazionali la direttiva sui visti per i ricercatori. Venerdì 12 ottobre era il termine ultimo per recepire la direttiva del 2005 nel diritto nazionale. Entro la data prevista, solo Austria, Belgio, Germania, Ungheria, Portogallo e Romania avevano soddisfatto integralmente tale condizione, mentre altri quattro Stati membri (Francia, Lettonia, Lituania e Repubblica slovacca) ne avevano notificato alla Commissione la parziale attuazione. La direttiva è volta ad ammettere nell'UE cittadini di paesi terzi a fini di ricerca scientifica. Ora la Commissione ha il diritto di intervenire per avviare procedure d'infrazione sia contro quegli Stati membri che non hanno ancora notificato alla Commissione l'attuazione della direttiva, sia nei confronti di quei paesi che ne hanno notificato solo la parziale attuazione. «Esorto quegli Stati membri che non hanno ancora recepito questa direttiva ad avviare al più presto le necessarie procedure legislative e amministrative», ha dichiarato il commissario per la Giustizia, la libertà e la sicurezza Franco Frattini. «L'impegno politico assunto da questi Stati membri al fine di adoperarsi maggiormente per attirare e far rimanere in Europa i talenti per la ricerca di elevata qualità non si è ancora tradotto in un impegno concreto a definire le norme e le procedure necessarie per la realizzazione di tale obiettivo», ha aggiunto. Il commissario per la Scienza e la ricerca Janez Potocnik ha esortato gli Stati membri a «tenere fede all'impegno di creare un sistema per gli scienziati di paesi terzi che intendono svolgere le loro attività di ricerca nell'Unione europea. Se l'Europa vuole essere un leader mondiale nell'ambito della scienza, deve aprirsi al mondo», ha dichiarato, rilevando che il sistema attuale può risultare poco allettante per gli scienziati stranieri che desiderano lavorare con i loro omologhi europei. La direttiva permette di accelerare le procedure per il rilascio dei visti per i ricercatori. Organismi di ricerca accreditati certificheranno lo status del richiedente verificando altresì l'esistenza di un vero e proprio progetto di ricerca nonché il possesso, da parte del ricercatore, della necessaria competenza scientifica, di risorse sufficienti e di un'assicurazione sanitaria. Una volta ottenuto il permesso, il ricercatore potrà circolare nei paesi UE che hanno sottoscritto l'accordo di Schengen nonché in Irlanda. L'accordo di Schengen prevede l'abolizione dei controlli sistematici alle frontiere. La decisione di permettere ai ricercatori di paesi terzi di lavorare nell'Unione era stata adottata dal Consiglio «Giustizia e Affari interni» nell'estate del 2004. All'epoca la Commissione aveva accolto con favore tale decisione, deplorando però il fatto che lo strumento approvato dal Consiglio fosse meno lungimirante rispetto alla proposta originale. La Commissione auspicava maggiori misure a favore delle famiglie dei ricercatori, poiché la separazione forzata funge da deterrente per la mobilità.

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