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Targeting the adaptive capacity of prostate cancer through the manipulation of transcriptional and metabolic traits

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Approcci innovativi per estinguere le cellule cancerose

Individuare e colpire gli strumenti utilizzati dalle cellule tumorali per adattarsi e prosperare potrebbe aprire nuove strade per lo sviluppo di terapie efficaci.

Il cancro segue da vicino le regole stabilite dalla natura e dalla selezione naturale: esso si adatta proprio come fanno le specie in seguito all’introduzione nell’ambiente di uno stress. «Quando sorge un tumore, si trova in un ambiente ostile e la sua sopravvivenza dipende dalla sua capacità di adattamento», spiega Arkaitz Carracedo, coordinatore del progetto CancerADAPT(si apre in una nuova finestra) e ricercatore presso il centro spagnolo CIC bioGUNE(si apre in una nuova finestra). «Tuttavia, mentre l’evoluzione delle specie richiede migliaia e migliaia di anni, il cancro si adatta in pochi mesi.»

Prendere di mira il metabolismo delle cellule tumorali

L’obiettivo del progetto CancerADAPT, sostenuto dal Consiglio europeo della ricerca(si apre in una nuova finestra), era quello di identificare e colpire questa capacità del cancro di adattarsi rapidamente e prosperare. In particolare, il team si era prefisso di scoprire il modo in cui il metabolismo delle cellule tumorali, ovvero la conversione biochimica delle molecole, fosse in grado di evolvere in ogni fase della progressione del cancro e di chiarire il potenziale ruolo svolto da esso nella sopravvivenza del tumore. «Abbiamo voluto fotografare questo breve lasso di tempo dell’evoluzione al fine di determinare quali trattamenti potrebbero aiutare a prevenire la sopravvivenza delle cellule tumorali», spiega Carracedo. «In natura, forzare l’estinzione significa negare a un organismo la capacità di adattarsi, e questo era il nostro obiettivo.»

«Istantanee» e «video» della progressione della malattia

Il team ha adottato tre strategie di ampio respiro, la prima delle quali è stata quella di acquisire o analizzare i campioni di pazienti disponibili (perlopiù di cancro alla prostata) in diversi stadi di progressione della malattia. «Mentre i campioni dei pazienti forniscono un’istantanea della malattia in un determinato momento, abbiamo la possibilità di integrare le informazioni cliniche degli stessi per sapere come si è comportato il tumore in seguito alla diagnosi o al trattamento (ovvero scoprire se i pazienti sono guariti o meno)», aggiunge Carracedo. «Applicando tecniche bioinformatiche, abbiamo cercato di identificare i processi e i geni legati alla recidiva e alle metastasi.» La seconda strategia adottata dal progetto è consistita nello sviluppo di modelli sperimentali che ha permesso all’équipe di controllare i tempi di progressione della patologia. «I modelli murini ci forniscono un video, piuttosto che un’istantanea: grazie ad essi, infatti, possiamo monitorare la comparsa e la progressione della malattia in tempo reale», osserva Carracedo. Infine, il progetto ha studiato il metabolismo delle cellule tumorali a livello molecolare al fine di comprendere in maniera migliore il linguaggio nascosto da esse impiegato e i loro mezzi di interazione con le proteine dell’organismo ospitante coinvolte, nonché di verificare le modalità di «comunicazione» con il resto del corpo utilizzate da tali cellule.

Progressi nelle forme aggressive di cancro

Sono stati compiuti progressi impressionanti su una forma particolarmente aggressiva di cancro alla prostata, responsabile di circa il 5 % dei casi di tale tipologia tumorale, ma della metà dei decessi associati. Il team è riuscito a gettare nuova luce sulle differenze molecolari che permettono a questo tipo di cancro di svilupparsi così rapidamente, un aspetto che sarà ora oggetto di ulteriori ricerche. Inoltre, i modelli sperimentali introdotti da CancerADAPT sono stati sviluppati fino a diventare una piattaforma preclinica, il che consentirà di testare farmaci e molecole che prendono di mira l’adattamento delle cellule tumorali. «Abbiamo altresì identificato enzimi metabolici che possono aiutarci a comprendere se un paziente ha la probabilità di sviluppare una metastasi nei 10 anni successivi al relativo studio», spiega Carracedo. «L’aspetto affascinante è che questi enzimi vengono espressi da cellule normali che vivono all’interno del tumore, non da cellule tumorali.» Ciò sottolinea il fatto che l’ecosistema è un fattore determinante per l’aggressività della patologia, in quanto consente la comunicazione tra le cellule tumorali e il sistema immunitario dell’organismo. Sono state inoltre acquisite nuove conoscenze sulle modalità attraverso cui i metaboliti e le proteine comunicano e su come ciò possa aiutare le cellule tumorali ad adattarsi e a prosperare; tutto questo lavoro pionieristico verrà adesso sfruttato allo scopo di trovare meccanismi e percorsi che potrebbero rappresentare il bersaglio di terapie future.

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